“Perché chi è bello, non è bello che il tempo di guardarlo, | chi è nobile sarà subito anche bello.”

“C’è uno di Sondrio…”
Questa storia inizia così, con un incipit che vuol dire tutto e niente.
Conosco Lestat da una decina di anni, complice il medesimo background socialmusicale. All’epoca collaboravo con una rivista del settore e con una piccola agenzia di organizzazione concerti e il suo gruppo faceva parte del “parco” di band che gestivamo.
Primadonna, egocentrico, viziato: una perfetta rockstar in erba. Già ai tempi aveva manifestato un non meglio specificato debole per me, che palesava attraverso l’invio di lapidari messaggi, quando spariva o cercava di non fare qualcosa, dal testo inequivocabile: “parlerò solo con Carrie”. A quel punto lo chiamavo e, tra una chiacchiera e l’altra, lo convincevo a fare quel che doveva.
Ci si vedeva spesso e si parlava molto, ma non c’è stato mai nulla di più.

Terminata la mia avventura come mercante di show ad alto tasso di metallo, ci siamo persi di vista per qualche anno, finché non ci siamo reincotrati, per caso, ad un concerto. Dal giorno dopo ha ricominciato a scrivermi, invitandomi a vederci per bere qualcosa insieme e sottolineando quanto gli avrebbe fatto piacere trascorrere, nuovamente, una serata a chiacchierare con me. Io, dopo poco, ho lasciato cadere la cosa.
Tre anni fa ci siamo ritrovati nel locale che frequento abitualmente qui in città: saluti, baci, abbracci, chiacchiere e, dal giorno dopo, di nuovo reiterati invitati a vederci per trascorrere insieme questa ormai famosa serata. Ancora una volta, sono stata io a lasciar cadere la cosa.

Qualche mese fa l’ho ritrovato, casualmente, su facebook e, in memoria dei vecchi tempi, gli ho chiesto l’amicizia, che lui ha prontamente accettato.
Qualche settimana dopo, con calma, il primo messaggio privato: “ma ciao bellissima, che bello ritrovarti, come stai?”. Nel secondo mi stava già chiedendo di vederci; nei due successivi aveva già deciso che sarebbe venuto a trovarmi una sera a Torino, per bere un drink insieme.
Ho mantenuto un basso profilo, in attesa di decidere se, questa volta, dopo dieci anni, fosse il caso di rimuovere le mie remore e accettare l’invito.
Il motivo dei miei tentennamenti, me ne rendo conto, è assurdo: non ho accettato le sue proposte, in questi anni, perché è bellissimo.
Non solo: è curatissimo, sempre perfetto, impeccabile. Un vero vampiro metrosexual
È identico a lui, per intenderci:

Vuoi per il timore di mettermi in competizione, con lui e con le sue decinaia di fan che inondano la sua pagina facebook di commenti intelligenti quali “sei il più bel principe vampiro del mondo” o “non posso credere che al mondo esista una creatura così bella” (giuro su quello che volete che tutto questo è vero: ho le prove), vuoi che anche io ho le mie insicurezze e la faccenda mi causava una certa ansia, vuoi che, okay che sono abituata ad avere a che fare coi pazzi, ma qui comunque si esagera – e in maniera evidente se non esibita, pure – ho sempre declinato i suoi inviti e rifiutato le sue velate avances.

Fino a… ieri, in pratica (cosa sono tre mesi se non ieri, nell’arco di dieci anni?): più che i suoi messaggi oserei dire ormai espliciti (un esempio su tutti: “ogni volta che ti vedo vorrei fare molte volte l’amore con te”), mi hanno principalmente convinta, nell’ordine:
– la decisione di intraprendere altre strade per sfuggire a mr. Wrong ,
– le mie riflessioni sulla faccenda, dopo qualche giorno trascorso a chiedermi “ma davvero non accetto di uscire con uno che mi piace perché è troppo bello? Ma sono mica matta?”,
– le minacce di percosse di ogni genere e grado ricevute da qualunque amica cui abbia mostrato le foto di Lestat (che in effetti sembra uscito paro paro da un servizio fotografico per l’Uomo Vogue- gothic edition): praticamente avevano già organizzato una sorta di spedizione punitiva ai miei danni, se avessi perdurato nell’atteggiamento renitente.

L’ennesima proposta – “vengo a Torino, beviamo qualcosa insieme e chiacchieriamo tutta la notte come ai bei tempi!” – e, infine, accetto: fantastico, facciamo questo weekend?
Lui conferma, non vede l’ora, scrivimi quando vuoi nel mentre, io ti scrivo quando voglio nel mentre, quanto sei bella in questa foto, meglio venerdì? Venerdì è perfetto, hai denti bellissimi ed ELEGANTI (a qualcuno di voi hanno mai detto che ha denti ELEGANTI? A me sì, anzi non l’ha detto, lo ha proprio scritto. Ho le prove, insomma!), giovedì decidiamo l’ora…

Tutto pronto, tutto deciso, tutto sistemato fino, appunto, al giovedì in questione, giorno in cui il bel tenebroso mi dà clamorosamente buca adducendo la scusa più vecchia del mondo: ho la macchina dal meccanico.
Ora, si sente puzza di scusa fino qui, nel cuore della Cit Turin, ma che puoi fare tu, nota garantista, se non concedere il beneficio del dubbio? Lo concedi e si rimanda il tutto di una settimana, con lui che chiede, supplica, insiste.
La settimana seguente la storia si ripete, solo la scusa cambia leggermente: lui millanta temporanee difficoltà economiche e poi, nel tardo pomeriggio del venerdì, ti chiede di andare tu, a Sondrio.
A quel punto, ho capito che valeva la pena di rischiare le botte dalle amiche più care piuttosto che rischiare l’esaurimento stando appresso un deficiente di tal fatta, e ho smesso di rispondere.
Tutte vogliono uscire con il più bello della scuola, è vero, ma solo fin quando non si accorgono che è un deficiente.

“Preferisco litigare con te che fare l’amore con chiunque altro.”

Qualche tempo fa ho – finalmente! – rivisto mr. Wrong.

Gli ultimi mesi sono trascorsi all’insegna del “faccio un passo indietro e non ti chiederò più nulla”, conditi da varie discussioni telematiche e provocazioni (mie) e ripicche (sue); a quanto pare, le acque si sono finalmente calmate e mi ha proposto di vederci.

Ho accettato l’invito, il fatto che ioloamo!  e sarà così in saecula saeculorum, e anche che lui si pone nei miei confronti esclusivamente come amico, ma al contempo ho scoperto come si sentono gli eroinomani quando, finalmente, riescono a farsi: appena ha varcato la soglia di casa mia e mi ha attratta a sé abbracciandomi,  ho capito cosa vuol dire essere finalmente in pace.

Tutto era dove avrebbe dovuto essere, e mi sono chiesta come possa, anche lui, non sentire la stessa cosa.

Abbiamo parlato, bevuto, discusso, mi ha perfino chiesto chi fosse Diabolik (non poteva non essersene accorto!) e, come ogni volta, è stato magnifico anche litigare, con lui.

Alla fine, quel che vorrei è che lui stesse sempre con me.

Così, come scriveva Salinas, non posso che accettare che “dove sono stata con te, si va solo con te, attraverso te”, ed aspettare che accada o che passi, provando ad impiegare il tempo nel miglior modo possibile.

– e qualche idea parecchio stuzzicante, in ogni caso, l’abbiamo!

“Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa.”

Ci sono tante cose che non vorrei dimenticare, magari le scriverò, e un giorno, ritrovandole, piangerò di nuovo ricordando occhi e sorrisi, la sensazione fisica dello stringerti, più ancora quella dell’essere abbracciata da te, e la tua voce.
Quel momento, all’alba, in cui mi hai chiesto il numero di telefono, con l’espressione ansiosa e lievemente imbarazzata di chi si sta scoprendo per la prima volta.
Canzoni che sono tue e lo resteranno, ed altre che hanno già cambiato nome; frammenti di discorsi e situazioni, e tutti i progetti condivisi e i sogni rimasti incompleti.
I fiori che volevi mandarmi e non mi hai più mandato, “perché temevo potessi travisare”.
Il tragitto che abbiamo fatto insieme sotto l’ombrello, mentre tu mi stringevi fortissimo a te e la pioggia scrosciava senza pietà.
Tutti gli istanti in cui sembrava dovesse arrivare quel tuo bacio che non è arrivato mai.
Le lacrime, il magone, la sensazione di non essere neppure più il tuo splendido rifugio segreto.

È ora di andare: troppe volte ho creduto di voltar pagina, fingendo di non accorgermi che avevo lasciato un segnalibro, ben evidente, nel mezzo di un romanzo che non dovrei più riaprire, perché, semplicemente, non merita una rilettura.

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“Io canto, le mani in tasca canto, la voce in festa canto, la banda in testa canto.”

Cosa mi passa per la testa?
Non è facile dirlo e neppure saperlo… Ho iniziato a scrivere un nuovo post due giorni fa, ma non l’ho ancora finito.
Ho anche iniziato un lavoro, al lavoro, ma non ho terminato neppure quello.
Lasciamo perdere tutte le commissioni che avevo da fare, e la casa da sistemare.
Io è da lunedì pomeriggio che ho solo voglia di cantare, e non dovrei, oh no, proprio non dovrei, sono anche stonata. Invece ho questa voglia di cantare canzoni gioiose e piene di amore (moderno, magari, ma sempre amore), come questa, che in effetti si piazza al primo posto della playlist mentale – che vergogna.
Non sto facendo altro da più di quarantott’ore: sembro una stramaledetta principessaDisney (Belle, per favore, se proprio devo essere una cazzo di principessaDisney, almeno che sia Belle!) che se ne va in giro cantando e facendo giravolte con i suoi enormi occhioni stellati perchè l’uomo più fantastico e più sbagliato della Terra le ha detto che “dovremmo berci una birra, una volta”.
Canto perchè alla fine nelle situazioni complicate ci sguazzo, mi fanno sentire viva. E perchè lui è emotivamente pericoloso, non come Teddy. E questo vuol dire una cosa sola: guai in arrivo!
Aiuto.

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