“Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell’individualità insostituibile di ciascun uomo.”

L’essere soli è ancora visto come una grave sventura, e sempre più spesso mi capita che le più svariate persone (fermi tutti: mia madre ci ha rinunciato quando ho lasciato il mio ultimo fidanzato “serio” – nel senso: l’ultimo fidanzato che hanno conosciuto anche i miei genitori – ormai quattro anni fa), dicevo: capita che le più svariate persone tirino fuori dal cilindro una spiegazione non richiesta del perché io non sia al momento accasata. Per fortuna hanno quantomeno smesso di presentarmi soggetti improponibili.
La più gettonata è la sempre verde affermazione “Non è che dovresti cambiare genere? Finché continuerai a frequentare rockettari, metallari, -ari in genere… Perché non provi con un impiegatuccio qualunque? Magari invece è la persona giusta!”
Ora, innanzitutto “i metallari”, se proprio dobbiamo applicare una definizione socio culturale, oltre ad ascoltare un determinato genere di musica, rientrano nelle più svariate categorie professionali, visto che, essendo persone normali, hanno un lavoro, o lo cercano, come tutti.
In secondo luogo, le persone non sono quello che fanno: non sono il loro lavoro, non sono le loro passioni, non sono le loro frequentazioni, la loro religione, la loro idea politica.
Le persone sono persone, belle o brutte, stupide o intelligenti, e così via.
Questo continuo etichettare le persone sulla base di una loro qualunque caratteristica predominante, che sia una passione o il lavoro o il ceto sociale, è irritante e riduttiva: in quale definizione dovrei quindi ingabbiarmi io? La metallara, l’impiegata, la dottoressa, la stronza, quale?
Il fatto che io abbia una passione smisurata per la musica, e ascolti e segua generi anche diversissimi tra loro, non conta nulla a quanto pare: il tratto dominante è quello metallaro e quindi mal me ne incolga: sono condannata alla delusione eterna.

20140226-165648.jpg
Oltre a questi dubbi profondamente esistenziali nonché sociologici, quel che mi lascia interdetta è questa equazione metallaro = uomo sbagliato. A parte che ho amici, metallari o rockettari che dir si voglia, che stanno insieme da una vita, o che addirittura si sono sposati e riprodotti, questa affermazione altro non è che un pregiudizio travestito da buon consiglio (non richiesto, ovviamente), anche perché sono uscita e sono stata financo fidanzata con uomini molto diversi tra loro, anche nei gusti musicali, oltre che nello stile di vita.
Per carità, la mia famiglia di amici e la maggior parte delle mie frequentazioni proviene da quel mondo (ma poi perché devo chiamarlo “mondo”, come se fosse un pianeta diverso, di brutti, sporchi, cattivi e satanisti. Non dimentichiamo che satanisti è ancora il primo pregiudizio che deve subire chi ascolta un certo genere di musica – comunque, era per farvi capire!), ma questo accade a tutti: tendiamo a legare maggiormente con chi ha passioni simili alle nostre, con le persone con cui condividiamo determinate attività, che sia andare ai concerti o infornare torte.
Io non intendo cambiare giro, amici o interessi solo per trovare un uomo, anche perché il motivo per cui non sono fidanzata non è che voglio per forza un fidanzato metallaro anche se con i metallari – secondo il popolo – non può funzionare, il motivo principale è che io sono difficile e la maggior parte delle persone si lascia mangiare viva dalle paranoie.

20140226-170050.jpg

“Someone who’ll help me see things in a different light…”

Non ci siamo andati, a bere questa famosa birra, io e mr. Wrong.
Non ci siamo andati perché lui ha cambiato in corsa la sua proposta, ed è venuto a casa mia. A cena.
Ho anche dovuto cucinare, io che odio farlo, ma – inutile mentire – l’ho fatto volentieri. L’ho fatto con piacere.
Non abbiamo bevuto una birra, ma tre bottiglie di vino, bianco, e lui è andato via alle cinque e mezza. Per essere precisi, erano le cinque e trentotto.
Una notte intera.
Abbiamo parlato per tutta la notte, e le parole hanno riempito casa mia con tutte le emozioni che ci siamo regalati, parlando con naturalezza di molte cose vissute, dalle piccole gioie ai grandi dolori.
Abbiamo parlato e bevuto e parlato, delle cose del mondo e delle nostre, ci siamo guardati negli occhi e mostrati i tatuaggi, e il tempo passava in un lampo: ho guardato l’orologio a mezzanotte ed un momento dopo erano le tre, e l’unica cosa che ci preoccupava era che quel tempo non fosse sufficiente – infatti non ci è bastato.
Lui è così sbagliato e così fantastico, anche quando svela una debolezza o mostra una cicatrice, e ancora di più quando accoglie le mie, o mi fa ridere con battute inaspettate, e venir voglia di cantare.
E anche se lui è l’uomo più fantastico e sbagliato che esista, e – con ogni probabilità – potrebbe voler essere solo un mio amico, io sono felice di questa notte, e del fatto che il tempo non ci sia bastato, e vogliamo averne dell’altro, di tempo così intimo e libero.
Nonostante i timori, e le pizie che mi predicono sofferenza e lacrime, vada come vada, io ne voglio ancora di tempo così da dividere con lui, ne voglio avere finché mi renderà felice, e mi farà venire voglia di cantare.

20140221-123600.jpg

“Se il mondo è pieno di prepotenti, la colpa è di chi non lo è.”

“Fatece largo che passamo noi!” – ma come noi chi? Noi noi, i bulli; o meglio: il bullo che si annida dentro ognuno, anche nella persona più dolce ed equilibrata che esista (che, detto per inciso, NON sono io.)
Proprio in questi giorni in cui il tema del bullismo, dopo il pestaggio da parte della ormai temutissima bionda di Bollate, è tornato tristemente di moda, ci sono caduta anche io.
Ebbene si: sono una persona orribile e il karma mi punirà per questo, ma, onestamente, è stato divertente. Ho provato un sottile piacere nel ferire, per quanto superficialmente, questa persona, soprattutto perché avevo un pubblico, e poi ne avremmo riso insieme.

Venerdì sera, locale notturno strapieno, siccome tra gli altri suona il gruppo di un caro amico, siamo in molti lì per il concerto, e ci conosciamo un po’ tutti. Il mio gruppetto si amalgama bene anche con chi è solitamente più esterno al nostro giro abituale di uscite, e fioccano frizzi lazzi, risate, ricchi premi e cotillon.
Ad un bel momento, dalla nostra posizione rialzata rispetto al resto della sala avvisto lei: la Bidella, che come ogni volta sta seguendo come un setter il mio ex e, come ogni volta, lo sta fissando con sguardo adorante.


A questo punto, però, mi vedo costretta a fornirvi quantomeno una sommaria descrizione della sunnominata, anche a parziale spiegazione del mio infimo comportamento.
La Bidella è tale perché ricorda, giustappunto, l’operatrice scolastica rubiconda che tutti hanno incontrato alle medie, solo che lei non ha realmente i sessant’anni che dimostra nell’aspetto e nel look. In più, ha scoperto il rock ‘n’ roll e la vita notturna solo da un paio di anni in qua, quando ha conosciuto la Bestia (ovvero il mio ultimo ex ufficiale) e gli si è accollata come una cozza – lui ha un po’ l’hobby di raccattare casi umani, purtroppo.
Questo insieme di cose (l’amore per la Bestia e la scoperta della musica) l’ha resa lievemente compulsiva e lievemente ossessiva, ed ha iniziato a seguirci nel nostro peregrinare tra locali e concerti, anche quando si andava a vedere gente che lei non aveva manco sentito nominare.
Fin qui, a parte chi ci chiedeva se fosse la madre di qualcuno, nessun problema a trovarsela intorno, finché, sventura volle che venisse invitata, da un mio amico scemo, ad una festa ad alto tasso alcolico, sfociata, come spesso accade, in un “momento galline” della peggior specie. In quel frangente si parlava ovviamente di sesso (che “momento galline” sarebbe, altrimenti?), con una particolare digressione sulle persone con cui ognuna avesse avuto una maggiore intesa, digressione che ha permesso alla Bidella di scoprire che:
– io e la Bestia abbiamo avuto una storia durata un anno,
– il perché la Bestia è soprannominato la Bestia,
– il non trascurabile dettaglio che io ne rimpiangessi le performances (ogni tanto mi capita anche adesso, la verità)
– il motivo per cui lui è affettuoso solo con me e mi apre la portiera della macchina.
Questo insieme di informazioni ha sconvolto la povera Bidella, che – oltre a confessare il suo desiderio per la Bestia, accompagnando il tutto con oscuri suoni gutturali – ha deciso secondo un ineccepibile sillogismo aristotelico che il solo motivo che teneva la Bestia lontana da lei, ero io. Che culo, eh?
La persecuzione ai miei danni è iniziata in quel momento, all’incirca un annetto fa, ma essendo lei tragicamente buonista ha iniziato la sua guerra psicologica con i suoi mezzi: perseguitandomi ovunque e cogliendo ogni minima occasione di dialogo per rifilarmi infiniti pistolotti morali sulla necessità di abbandonare il passato per dirigersi verso nuovi lidi (inutile dirle che in quel periodo uscivo con Calimero – che ancora non aveva rivelato la sua natura pulcina) e augurarmi di trovare presto un nuovo amore che mi avrebbe resa felice (portandomi una sfiga infinita che temo perduri ancora oggi).
Una sera mi ha tenuta fuori al freddo, frapponendosi tra me e la portiera della macchina, per talmente tanto tempo che il giorno dopo mi è venuta la bronchite.

Credevo di essermene liberata ormai da un po’, e invece venerdì rispunta, ovviamente appiccicata alla Bestia, in occasione di un live.
Quando l’ho avvistata, ho subito chiamato Rita (il cinico soggetto che avete conosciuto qui), per farle vedere questa persona di cui le avevo molto parlato, e mentre tutti confermavano che si, somiglia proprio ad una bidella rubiconda, ho annunciato: “vado a fare la stronza!”, precipitandomi verso di loro e saltando al collo della Bestia.
Lui mi ha circondato la vita con un braccio e, mentre parlavamo del concerto, è intervenuto il suo amico asserendo che scopriva in quel momento che anche la Bestia sapeva essere affettuoso. Ora, potevo forse lasciarmi sfuggire un’occasione servita così su di un piatto d’argento? No.
Mi sono comportata come la peggio mean girl dei peggio film adolescenziali ammerigani e tra un paio di bacetti e un paio di carezze ho spiegato che lui in realtà con me è sempre stato ed è sempre affettuoso, perché mi vuole bene (Conversazione: – Bestia, mi vuoi bene? – Ma certo che ti voglio bene! – visto? Mi vuole bene!) e che abbiamo anche una foto in cui ci baciamo! “Ma come non ci credi? Ecco qua, guarda!” con pronta esibizione della foto medesima. La Bidella a quel punto era verde, mentre il mio pubblico in galleria se la rideva tra un “che troia!” e l’altro.
Insomma, un’idiota che manco i cani, sembravamo la cheerleader scema avvinghiata al quarterback tronfio della peggior iconografia da film per teenager, ma in realtà ero solo un grosso alano che, davanti ad un piccolo pechinese stortignaccolo, piscia sul suo muretto preferito.
– intanto lui però mi accarezzava la schiena, forse dovrei considerare l’idea di tornare sul punto… –
Ero soddisfatta della mia piccola, meschina vittoria? Si, confesso di si.
È stato divertente? Sì, non posso negare che lo sia stato.
Ne vado fiera? No, ma neppure me ne pento.
Per una lunga serie di ragioni, le persone che si attaccano alle altre modello sanguisuga, mi terrorizzano a morte, e sono disposta ad usare tutti i mezzi (e i mezzucci) necessari a tenerle lontane da me e dalla mia vita.
Ma non è solo questo: è che c’è un piccolo piacere perverso a lasciar emergere la nostra parte cattiva, ogni tanto e, per quanto possa sembrare orribile, ed essere ingiusto, è dannatamente liberatorio.

20140217-153809.jpg

“Coloro che leggono molti libri vivono in un sogno, e il veleno sottile che penetra nei loro cervelli li rende insensibili al mondo reale.”

Una passione smodata per la lettura è una delle peggiori sventure che possano capitarvi in dote fin da bambini: è giusto che la gente lo sappia e la smetta di incoraggiare i propri figli ad aprire la propria mente e a stimolare fantasia e capacità cognitive leggendo.
Certo, poi ci sono i casi davvero disgraziati, ci sono quelli come me, che con questa “malattia” ci sono proprio nati e non sanno farne a meno, tanto che quando soffro o sono preoccupata per qualcosa non divento inappetente (nei casi più gravi, anche: una combinazione letale!), ma smetto di leggere. Non ci riesco, mi si chiude l’emisfero sinistro – probabilmente perché il destro dà di matto.
I miei genitori erano così felici di questa mia inclinazione, che l’hanno coltivata e nutrita, ricoprendomi di libri, fiabe sonore, giornalini, fumetti, romanzi fin dalla più tenera età, aggiungendovi poi i film perché anche quelli, vogliamo mica dimenticarceli? Erano così fieri di avere una figlia che non faceva i capricci per ottenere giocattoli e merendine, ma che a otto anni ha rivoltato tutta la Standa finchè non le hanno comperato la versione integrale di “Piccole donne”… – Maledetti, pagheranno anche questa!

Suppongo che ancora non vi siate accorti del pericolo che cela il crescere leggendo, ma non temete, vado subito a disvelare l’arcano.
Troppi libri, troppi film, troppa musica, in generale troppe storie, hanno distorto irrimediabilmente la mia capacità critica e minato per sempre la capacità di tenere i famosi “piedi per terra”, con conseguenze tragiche per la mia psiche.
Il fatto è questo: una mente così iperstimolata diventerà inevitabilmente una mente fantasiosa, e tu inizierai a fantasticare su ogni cosa, creando mondi meravigliosi, certo, ma dando anche forma al nemico numero uno dell’uomo e della donna moderni: LE ASPETTATIVE.
Avere delle aspettative, negli anni ’10 (e fin dagli anni doppio zero, aggiungo) è deleterio, perché sono così raramente realizzabili, e costano un tale sforzo personale, che è meglio averne poche alle volta, piccole e ben distribuite, per non rischiare di incappare nella frustrazione e nella rabbia che le aspettative deluse sempre portano con sé, e non essere costretti a spendere una fortuna in termini di tempo e danaro, per una terapia psicologica finalizzata ad imparare a gestire i fallimenti personali e il crollo dei sogni.

Il dramma è che tenere a bada una mente così ricca di storie aneddoti e spunti è un’impresa titanica, e molto spesso impossibile.
Ma chi, almeno una volta nella vita, non ha sperato nel colpo di scena sensazionale, quello che ribalta completamente la situazione, rovesciando le sorti del protagonista con qualcosa di totalmente inaspettato, se non insperato?
Chi non si è trovato, dopo un appuntamento tanto atteso, ma poi andato male, a cercare di prolungare il più possibile la serata, dilatando persino il tempo normalmente impiegato per attraversare la strada ed aprire il portone di casa, invocando il classico finale di centinaia di romanzi e film d’amore, con l’altro che all’improvviso ti rincorre e finalmente ti bacia/dice che ti ha sempre amato/chiede di sposarlo, insomma, quel che più desideravate accadesse?
Ecco: io sono campionessa mondiale di uscite di scena rallentate (e non solo per quanto riguarda le situazioni sentimental/sessuali) e vivo, mio malgrado, in costante attesa del brivido del colpo di scena, di quell’impensabile che all’improvviso ti cambia la vita che sia trovare l’uomo dei sogni (si, va beh, non ci credo così tanto) o incontrare John Galliano e diventarne la musa.

Vi renderete conto da soli che, per quanto possa essere bello avere un variegato mondo interiore, nella vita questo conduce ad un duplice ordine di conseguenze- e spesso l’una non esclude l’altra.
Reazione numero 1: siccome hai fatto un tot di anni di analisi ti conosci bene, cerchi di tenere a tutti i costi i piedi per terra, facendo della razionalità la tua bandiera, cosa che ti impedisce di intuire anche i più eclatanti messaggi emotivi (leggi: ti rendi conto che uno ci sta provando solo quando sei contro un muro e le sue labbra sono pericolosamente vicine alle tue/Galliano ti invia un contratto di assunzione in qualità di “musa”, già ampiamente sottoscritto da lui).
Reazione numero 2: speri talmente tanto che una cosa accada il tal giorno in tal modo che poi, quando non succede, dai fuori di matto e passi una giornata (solo una perché sei andata un tot di anni in analisi!) a piangere ad intervalli regolari, disperandoti perché la tua vita è infame, ingrata, non va dove vorresti che vada, mai una gioia, terremoto e tragedia.

Ecco: è esattamente quanto mi è accaduto sabato scorso.
Pur applicando all’affairemr. Wrong la reazione numero 1 con ostinazione e pervicacia, ogni tanto scivolo nella numero 2, di conseguenza avevo ormai deciso che venerdì ci saremmo visti per bere questa ormai famosa birra (lo avevo deciso perché io ero libera da impegni, fondamentalmente); quando la cosa non si è verificata ho dato fuori di matto avuto una reazione inconsulta – complice anche una sindrome premestruale decisamente aggressiva – e mi sono disperata per quasi tutta la giornata di sabato, perché i mie piani vanno sempre a monte e i miei desideri, anche più piccoli, non si avverano mai.
– Lo so, me ne rendo conto anche io.
Oggi.

I rimedi per questo genere di cose, si sa, sono piuttosto classici, e quindi il risultato finale del film che mi ero fatta si può sintetizzare nel seguente modo:
– acquisto online di un fantastico tappeto in stile shabby per il mio bagno,
– cena fuori con amici, rigorosamente cinese perché in questi casi ci vogliono le schifezze
– sbronza colossale e dominio delle piste da ballo fino alle sei del mattino.
Considerato che la mia mente, allenata da letture continue e variegate fin dalla più tenera età, è in grado di partorire intere saghe televisive, direi che mi è andata bene, e che quelli devoluti alla mia analista sono stati soldi decisamente ben spesi.

20140211-111956.jpg

“La bellezza è il mezzo con cui la donna conquista l’amante e spaventa il marito.”

L’ultima volta che è stato a casa mia il caro Teddy si è prodotto in una gaffe che, sinceramente, mi ha fatto cadere le palle (in senso figurato) e l’entusiasmo (in senso reale) per terra. Non che sia nuovo ad uscite poco felici, ma finora si era trattato di peccati veniali, mentre questa volta ha quasi valicato il limite dell’accettabilità, quantomeno il mio.
Veniamo ai fatti, nudi, crudi e senza fronzoli: mentre io stavo preparando il caffè, lui era con me in soggiorno, intento a scrutare attentamente i titoli presenti nella mia libreria , quando si è soffermato su di una foto che ritrae me e la mia migliore amica. Si tratta di una bella foto, in bianco e nero, scattata da un amico durante una serata, in cui siamo venute entrambe veramente bene.
Lui la prende in mano per guardarla meglio e, tutto entusiasta mi dice:
“Ma che bella questa foto! Sei venuta proprio bene!” – fin qui tutto normale, solo che un millisecondo dopo aggiunge: “perché, sai, tu non sei bella, ma solo fotogenica.”
Un sorriso, che somigliava più ad una paresi, e ha quasi visto la sua fine sul mio viso.
“Beh, ma dai, perché fai quella faccia? A me piaci, è ovvio, ma non sei bella.”
Come sarebbe a dire che io, per te, non sono bella? A parte il fatto che me lo dici spessissimo, perché allora ci hai provato con me per dieci anni (dieci!)? Perché adesso, all’improvviso senti il bisogno di sminuire il mio aspetto? Perché?
Certo, ha poi corretto il tiro, ha ovviamente detto che scherzava, che si riferiva al fatto che sono un pochino più alta di lui, che sono troppo morbida per essere la bellezza tipica del momento, ma lui adora le mie curve, e cazzate similari. Ma queste cose sono, appunto, cazzate: orma il danno è fatto (e ringraziasse che non l’ho buttato fuori perché non c’erano più treni e perché va beh, ormai era lì, tanto vale ballare).
A parte il fatto che una relazione come la nostra si basa sull’attrazione reciproca; a parte il fatto che, per quanto mi riguarda, il suo desiderarmi, ricoprirmi di complimenti e attenzioni, è parte integrante della mia attrazione nei suo confronti (ci sono momenti nella vita in cui una donna ha bisogno di queste cose: più o meno dai quindici ai novant’anni!); a parte il fatto che se sei Tina Pica puoi essere fotogenica quanto vuoi, ma di certo non diventi la Bellucci in foto; a parte il fatto che io sono bella, anche se non si può piacere a tutti, ma come diavolo ti viene in mente? Ma cosa ti dice la testa?
Questa infelice uscita non mi è andata giù, e questo mi pare palese, ma, riflettendoci dopo, a mente fredda e voglie sopite, ho avuto la netta impressione che lui volesse, in qualche modo, sminuirmi.
Forse patisce che io non gli dica che è bello, oppure di essere un po’ più basso, o che ne so, ma perché le persone, per sentirsi migliori, hanno la necessità di sminuire chi gli è accanto in quel momento?
È una cosa che non ho mai potuto tollerare: lo trovo meschino, e vile, anche perché – oltretutto – non è una gara. Ognuno ha sue prerogative e caratteristiche e, inoltre, per quanto mi riguarda, preferisco frequentare, a tutti i livelli, persone diverse da me, magari migliori, che abbiano qualcosa da insegnarmi.
Temo che i miei ormoni – per quanto lo riguarda – siano già sulla strada per Vercelli, e che ci resteranno per un po’.

20140206-142132.jpg

“In amore, non c’è disastro più spaventoso che la morte dell’immaginazione.”

Gli ex sono una sorta di entità aliena con cui ti tocca fare i conti per il resto della tua vita, anche quelli – pochi – con cui hai mantenuto un rapporto di amicizia, anche salda e sincera, perché come amici sono una cosa, come ex restano entità a sé stanti.
Perché ci farai i conti tutta la vita? Perché ogni esperienza, bella o brutta, breve o protratta, ti cambia, e dopo la “relazione” con un qualsiasi essere umano, a meno che tu non abbia il cervello e l’emotività di paramecio, non puoi dire di essere la stessa persona di prima, proprio come non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume (almeno questo è ormai assodato, no?), e talvolta i segni di questi cambiamenti riemergono in te anche a distanza di tempo, nel bene e nel male.
Ora, io con il termine “ex”, per brevità, intendo un ampio ventaglio di situazioni, non limitate ai fidanzamenti ufficiali, ma ricomprendenti ogni qualsivoglia tipo di legame: da quello esclusivamente sessuale, all’amore platonico, al flirt che sembra non finire mai, ma nemmeno sbocciare, eccetera eccetera.
Terminate le doverose premesse, devo dire che in molti casi, quando il tempo aveva ormai messo la giusta distanza tra me e i fatti, ho dovuto riconoscere che se le cose non avevano funzionato, alla fine ci avevo guadagnato. Ma davvero, non come la volpe e l’uva.
Alla fin fine ci sono sempre dei motivi se una storia non dura, o non si sviluppa, o dura solo un tot, e quando si riesce ad analizzare gli accadimenti con lucidità, il più delle volte si scopre che, nell’economia generale della nostra vita, è stato molto meglio così, e che abbiamo anche imparato qualcosa in più su noi stessi e le altre persone.
Io, per esempio, dalle mie ultime due storie, pure “bianche” (quelle situazioni di flirt perenne che però non prendono mai il volo), ho rimediato qualche trauma (che mi ha rispedita felicemente nel mondo delle relazioni puramente ludiche!), ma anche la consapevolezza che, probabilmente, sarebbe stato molto peggio ritrovarsi fidanzata ad uno dei due, persone meravigliose come amici e cavalier serventi (lo sono tuttora), ma terrificanti come partner.
Infatti, anche oggi, grazie al più comune dei social network ho potuto ammirarne le gesta, e provare un senso di sollievo delizioso.
Esiste un altro modo in cui puoi sentirti vedendo un uomo intelligente, attraente, affascinante e pure artista, continuare a provarci con una racchia tremenda fanciulla poco avvenente che quando – a detta di lui – dovevano rivedersi ad una serata si è presentata con un altro, limonandoci duro per tutta la sera?
E cosa puoi pensare se non “SFIGATO”, quando vieni a sapere che lui, quella sera, ci ha provato lo stesso nel momento in cui l’altro si era allontanato per andare al cesso? Daiiiiii!
Tutto, ma non posso proprio concepire di stare con un uomo senza dignità (e senza capelli, ma questa è un’altra faccenda!)
E cosa dire dell’altro, che continua a dire di volere una storia seria, per poi invaghirsi solo di donne conosciute via internet e residenti ad almeno quattrocento chilometri dalla mole? Soprattutto: dopo ogni fallimento (maddai!) continua a postare terrificanti link inneggianti al fatto che le donne che rifiutano i bravi ragazzi in favore degli stronzi meritano che loro poi le facciano soffrire. Ma tu non sei un bravo ragazzo, gioia, sei un uomo di trentacinque (35!!!) anni incapace di avere una storia reale perché è posseduto da Calimero!
Ecco, davanti a queste continue conferme di idiozia sentimentale (per il resto amici fantastici, lo giuro) io mi sento felice e grata come chi ha appena scansato un fosso con l’auto, e ringrazio il mio dio (Freddie Mercury, per la precisione) ogni volta che mi si presenta l’occasione, per aver fatto sì che non quagliassimo, con buona pace dei mesi di sclero che mi sono autoinflitta.
Vi state chiedendo perché, prima, fossi innamorata di loro?
Perché sono, sfera sentimentale esclusa, persone davvero fantastiche. E perché io ho evidentemente avuto un’embolia che ha disattivato una parte del mio cervello per almeno un paio d’anni, ovvio!

20140203-173704.jpg