“Non dire che vuoi regalare: regala. Non riuscirai mai a soddisfare un’attesa.”

Una volta, non molto tempo fa, mi hai scritto che non dovevo più regalarti nulla, o avresti finito col sentirti in difetto. Io ho risposto che per rimetterti in pari avresti potuto tranquillamente farmi dei regali anche tu.
Ecco: questo sarebbe il momento perfetto per una sorpresa, non per forza una sorpresa da film, anche una cosa piccola, ma significativa.

Ho amato così tanto l’espressione raggiante e stupita che c’era sul tuo volto quando ti ho dato il primo libro che ti ho regalato, al punto che è stato quasi un regalo che ho fatto a me stessa, più che a te, e so che anche tu ami rendere felici le persone a cui vuoi bene. Allora, sorprendimi: mi basterebbe riuscire a fare almeno una delle cose che abbiamo progettato insieme, anche una delle più piccole, come – ad esempio – tornare a casa e trovarti lì, mentre finisci di preparare la cena.
Pensandoci, non sarebbe poi tanto una sorpresa, visto che dovrei darti le chiavi o farti entrare in casa prima di andarmene. No, dovrò pensare a qualcos’altro!

Potresti organizzare una delle famose gite di cui abbiamo parlato tanto, e stare via un giorno intero, solo tu ed io, oppure mi basterebbe – vedi? Alla fine mi accontento di poco! – che mi raggiungessi, senza dirmi nulla, ad uno qualsiasi degli eventi o delle serate a cui partecipo, perché hai voglia di vedermi e di stupirmi.
Sarei felice, felicissima, ma il regalo più grande sarebbe la certezza del tuo amore, e questo bacio che attendo da ormai troppo tempo…

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“Se i tuoi occhi non mi fanno più dormire…”

Io vorrei che tu oggi arrivassi con un mazzo di tulipani colorati perché, da uomo attento ai dettagli quale ti reputi, sai che sono i miei fiori preferiti e perché, a ben guardare, qualcosa da farti perdonare ce l’hai.
Vorrei che arrivassi semplicemente così, con i fiori in una mano e nell’altra il mio destino e il tuo sorriso più bello: non ci sarebbe bisogno di dire niente, ‘che se c’è una cosa vera, è che noi ci capiamo anche senza parlare; forse ancora di più senza parlare.
In questo modo, coi fiori, il sorriso e i tuoi occhi, mi faresti capire che hai capito, e che va bene così come siamo, perché quando si è innamorati, si amano anche le fragilità dell’altro.
A volte, soprattutto quelle.
Vorrei che tutto diventasse all’improvviso semplice, e bello, e limpido, e che passassimo il tempo a sentirci vicini, con la carne, magari, oltre che con l’anima e le parole; solo io, te e i tulipani.

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“Someone who’ll help me see things in a different light…”

Non ci siamo andati, a bere questa famosa birra, io e mr. Wrong.
Non ci siamo andati perché lui ha cambiato in corsa la sua proposta, ed è venuto a casa mia. A cena.
Ho anche dovuto cucinare, io che odio farlo, ma – inutile mentire – l’ho fatto volentieri. L’ho fatto con piacere.
Non abbiamo bevuto una birra, ma tre bottiglie di vino, bianco, e lui è andato via alle cinque e mezza. Per essere precisi, erano le cinque e trentotto.
Una notte intera.
Abbiamo parlato per tutta la notte, e le parole hanno riempito casa mia con tutte le emozioni che ci siamo regalati, parlando con naturalezza di molte cose vissute, dalle piccole gioie ai grandi dolori.
Abbiamo parlato e bevuto e parlato, delle cose del mondo e delle nostre, ci siamo guardati negli occhi e mostrati i tatuaggi, e il tempo passava in un lampo: ho guardato l’orologio a mezzanotte ed un momento dopo erano le tre, e l’unica cosa che ci preoccupava era che quel tempo non fosse sufficiente – infatti non ci è bastato.
Lui è così sbagliato e così fantastico, anche quando svela una debolezza o mostra una cicatrice, e ancora di più quando accoglie le mie, o mi fa ridere con battute inaspettate, e venir voglia di cantare.
E anche se lui è l’uomo più fantastico e sbagliato che esista, e – con ogni probabilità – potrebbe voler essere solo un mio amico, io sono felice di questa notte, e del fatto che il tempo non ci sia bastato, e vogliamo averne dell’altro, di tempo così intimo e libero.
Nonostante i timori, e le pizie che mi predicono sofferenza e lacrime, vada come vada, io ne voglio ancora di tempo così da dividere con lui, ne voglio avere finché mi renderà felice, e mi farà venire voglia di cantare.

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“Coloro che leggono molti libri vivono in un sogno, e il veleno sottile che penetra nei loro cervelli li rende insensibili al mondo reale.”

Una passione smodata per la lettura è una delle peggiori sventure che possano capitarvi in dote fin da bambini: è giusto che la gente lo sappia e la smetta di incoraggiare i propri figli ad aprire la propria mente e a stimolare fantasia e capacità cognitive leggendo.
Certo, poi ci sono i casi davvero disgraziati, ci sono quelli come me, che con questa “malattia” ci sono proprio nati e non sanno farne a meno, tanto che quando soffro o sono preoccupata per qualcosa non divento inappetente (nei casi più gravi, anche: una combinazione letale!), ma smetto di leggere. Non ci riesco, mi si chiude l’emisfero sinistro – probabilmente perché il destro dà di matto.
I miei genitori erano così felici di questa mia inclinazione, che l’hanno coltivata e nutrita, ricoprendomi di libri, fiabe sonore, giornalini, fumetti, romanzi fin dalla più tenera età, aggiungendovi poi i film perché anche quelli, vogliamo mica dimenticarceli? Erano così fieri di avere una figlia che non faceva i capricci per ottenere giocattoli e merendine, ma che a otto anni ha rivoltato tutta la Standa finchè non le hanno comperato la versione integrale di “Piccole donne”… – Maledetti, pagheranno anche questa!

Suppongo che ancora non vi siate accorti del pericolo che cela il crescere leggendo, ma non temete, vado subito a disvelare l’arcano.
Troppi libri, troppi film, troppa musica, in generale troppe storie, hanno distorto irrimediabilmente la mia capacità critica e minato per sempre la capacità di tenere i famosi “piedi per terra”, con conseguenze tragiche per la mia psiche.
Il fatto è questo: una mente così iperstimolata diventerà inevitabilmente una mente fantasiosa, e tu inizierai a fantasticare su ogni cosa, creando mondi meravigliosi, certo, ma dando anche forma al nemico numero uno dell’uomo e della donna moderni: LE ASPETTATIVE.
Avere delle aspettative, negli anni ’10 (e fin dagli anni doppio zero, aggiungo) è deleterio, perché sono così raramente realizzabili, e costano un tale sforzo personale, che è meglio averne poche alle volta, piccole e ben distribuite, per non rischiare di incappare nella frustrazione e nella rabbia che le aspettative deluse sempre portano con sé, e non essere costretti a spendere una fortuna in termini di tempo e danaro, per una terapia psicologica finalizzata ad imparare a gestire i fallimenti personali e il crollo dei sogni.

Il dramma è che tenere a bada una mente così ricca di storie aneddoti e spunti è un’impresa titanica, e molto spesso impossibile.
Ma chi, almeno una volta nella vita, non ha sperato nel colpo di scena sensazionale, quello che ribalta completamente la situazione, rovesciando le sorti del protagonista con qualcosa di totalmente inaspettato, se non insperato?
Chi non si è trovato, dopo un appuntamento tanto atteso, ma poi andato male, a cercare di prolungare il più possibile la serata, dilatando persino il tempo normalmente impiegato per attraversare la strada ed aprire il portone di casa, invocando il classico finale di centinaia di romanzi e film d’amore, con l’altro che all’improvviso ti rincorre e finalmente ti bacia/dice che ti ha sempre amato/chiede di sposarlo, insomma, quel che più desideravate accadesse?
Ecco: io sono campionessa mondiale di uscite di scena rallentate (e non solo per quanto riguarda le situazioni sentimental/sessuali) e vivo, mio malgrado, in costante attesa del brivido del colpo di scena, di quell’impensabile che all’improvviso ti cambia la vita che sia trovare l’uomo dei sogni (si, va beh, non ci credo così tanto) o incontrare John Galliano e diventarne la musa.

Vi renderete conto da soli che, per quanto possa essere bello avere un variegato mondo interiore, nella vita questo conduce ad un duplice ordine di conseguenze- e spesso l’una non esclude l’altra.
Reazione numero 1: siccome hai fatto un tot di anni di analisi ti conosci bene, cerchi di tenere a tutti i costi i piedi per terra, facendo della razionalità la tua bandiera, cosa che ti impedisce di intuire anche i più eclatanti messaggi emotivi (leggi: ti rendi conto che uno ci sta provando solo quando sei contro un muro e le sue labbra sono pericolosamente vicine alle tue/Galliano ti invia un contratto di assunzione in qualità di “musa”, già ampiamente sottoscritto da lui).
Reazione numero 2: speri talmente tanto che una cosa accada il tal giorno in tal modo che poi, quando non succede, dai fuori di matto e passi una giornata (solo una perché sei andata un tot di anni in analisi!) a piangere ad intervalli regolari, disperandoti perché la tua vita è infame, ingrata, non va dove vorresti che vada, mai una gioia, terremoto e tragedia.

Ecco: è esattamente quanto mi è accaduto sabato scorso.
Pur applicando all’affairemr. Wrong la reazione numero 1 con ostinazione e pervicacia, ogni tanto scivolo nella numero 2, di conseguenza avevo ormai deciso che venerdì ci saremmo visti per bere questa ormai famosa birra (lo avevo deciso perché io ero libera da impegni, fondamentalmente); quando la cosa non si è verificata ho dato fuori di matto avuto una reazione inconsulta – complice anche una sindrome premestruale decisamente aggressiva – e mi sono disperata per quasi tutta la giornata di sabato, perché i mie piani vanno sempre a monte e i miei desideri, anche più piccoli, non si avverano mai.
– Lo so, me ne rendo conto anche io.
Oggi.

I rimedi per questo genere di cose, si sa, sono piuttosto classici, e quindi il risultato finale del film che mi ero fatta si può sintetizzare nel seguente modo:
– acquisto online di un fantastico tappeto in stile shabby per il mio bagno,
– cena fuori con amici, rigorosamente cinese perché in questi casi ci vogliono le schifezze
– sbronza colossale e dominio delle piste da ballo fino alle sei del mattino.
Considerato che la mia mente, allenata da letture continue e variegate fin dalla più tenera età, è in grado di partorire intere saghe televisive, direi che mi è andata bene, e che quelli devoluti alla mia analista sono stati soldi decisamente ben spesi.

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“Io canto, le mani in tasca canto, la voce in festa canto, la banda in testa canto.”

Cosa mi passa per la testa?
Non è facile dirlo e neppure saperlo… Ho iniziato a scrivere un nuovo post due giorni fa, ma non l’ho ancora finito.
Ho anche iniziato un lavoro, al lavoro, ma non ho terminato neppure quello.
Lasciamo perdere tutte le commissioni che avevo da fare, e la casa da sistemare.
Io è da lunedì pomeriggio che ho solo voglia di cantare, e non dovrei, oh no, proprio non dovrei, sono anche stonata. Invece ho questa voglia di cantare canzoni gioiose e piene di amore (moderno, magari, ma sempre amore), come questa, che in effetti si piazza al primo posto della playlist mentale – che vergogna.
Non sto facendo altro da più di quarantott’ore: sembro una stramaledetta principessaDisney (Belle, per favore, se proprio devo essere una cazzo di principessaDisney, almeno che sia Belle!) che se ne va in giro cantando e facendo giravolte con i suoi enormi occhioni stellati perchè l’uomo più fantastico e più sbagliato della Terra le ha detto che “dovremmo berci una birra, una volta”.
Canto perchè alla fine nelle situazioni complicate ci sguazzo, mi fanno sentire viva. E perchè lui è emotivamente pericoloso, non come Teddy. E questo vuol dire una cosa sola: guai in arrivo!
Aiuto.

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