“Una cosa è certa: non si dovrebbero mai fare delle avance a una donna, neppure per scherzo, senza essere in grado di subirne le conseguenze.”

I tempi, soprattutto rispetto ai romanzi degli anni ’50 e ’60 che adoro leggere (insieme a King, Benni, Murakami e un sacco di altre roba), sono decisamente cambiati e nessuno si scandalizza più se è una donna a fare avances o a corteggiare un uomo, anzi: pare che anche il maschio italico abbia iniziato un processo di scandinavizzazione, limitandosi ad ammiccare attendendo che la lei di turno quantomeno gli chieda di uscire. In pratica, gli uomini sono le nuove donne. Che bellezza.

Il mio problema, però, risiede in questo: io non ci provo mai per prima. Non solo non ci riesco, ma lo trovo innaturale. Non parliamo poi del fatidico momento in cui dovrebbe scattare il primo bacio: mai mai mai nella vita, neanche nei momenti più alcolici e/o disperati della mia esistenza, per quanto un uomo potesse piacermi, ho proteso le labbra per prima in direzione dell’amato bene.
Non sono costituzionalmente capace di farlo, probabilmente perché ho una niente affatto celata incapacità di gestire il rifiuto: se lui si voltasse all’improvviso, facendo così atterrare il mio bacio su di una guancia più o meno irsuta, non avrei altra scelta che impiccarmi in bagno, sopra al bidet. Ora, siccome sono ancora troppo giovane e, nonostante tutto, amante della vita per suicidarmi in un modo tanto tragico, preferisco non correre alcun rischio.
Sono scelte: va bene prendere ciò o chi vuoi, ma dev’essere comunque l’uomo, il maschio, a lanciare l’offensiva decisiva, anche perché, in caso contrario, mi sentirei in qualche modo sminuita e dubiterei PER SEMPRE del suo reale interesse per me – lo so, sono contorta, assolutista e pretendo moltissimo dagli altri, tutto vero.

Il dramma, però, nasce quando mi trovo ad avere a che fare con un uomo come me, ovvero con qualcuno che, per motivi suoi, ha le mie stesse remore e il mio stesso atteggiamento, con cui la assolutamente deliziosa, non dico di no, fase del flirt reciproco si protrae all’infinito, mentre né l’uno né l’altra si espone più di tanto.
In questi casi, mi arrovello: la mia parte guerriera non tollera l’inazione, ma il mio istinto di autoconservazione mi riporta alla mente il rischio dell’impiccagione, e lo spettro del bidet tormenta ogni mia fantasia in proposito. Lo stallo è netto, e nell’incapacità di decidere, non decido.
Che fare allora, in questi casi, seguire la propria natura più profonda, o cercare di cambiare?

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di Carrie

“Ti può tradire anche l’amico migliore”

L’attrazione tra Red e Carrie, dopo l’epifania di cui vi ho parlato in questo post, si era fatta ormai palpabile, come amano scrivere nei romanzetti con pretese erotiche.
Mi piacerebbe raccontarvi di incontri clandestini, coperti dagli alibi più disparati e fantasiosi, di baci rubati nell’angolo più buio o dietro le colonne dei locali notturni, di tormenti, crisi di coscienza e decisioni sentimentali da prendere, pianti e tragedie.
Vorrei descrivervi minuziosamente di come la scintilla interiore che si era accesa quella notte al Wipe Out abbia originato il più inestingubile e passionale degli incedi, di come i nostri protagonisti – giovani, belli, dannati e semidisoccupati – si siano messi contro tutto e tutti pur di dare corpo (doppi sensi che si sprecano!) ai loro desideri e vivere una storia da Una vita esagerata.

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Lo vorrei davvero, e lo avrei voluto allora, ma non accadde nulla di tutto questo.
Red e Carrie non hanno mai parlato di quanto stesse accadendo tra loro, in quei giorni di primavera, neppure negli anni a venire. Neppure quando Red tornò single, e libertino com’era sempre stato.
Lei fece finta di niente, dissimulando tremiti e desideri, e lui anche, limitandosi a qualche battuta maliziosa quando aveva bevuto un po’ troppo – il che accadeva tutti i weekend.
Avevano entrambi troppo da perdere, perché il deflagrare di una situazione del genere avrebbe distrutto il loro gruppo di amici e, la verità, questo fu il motivo principale – non detto, ma chiaro ad entrambi – per cui decisero di soprassedere.

Ci sono principi oltre i quali non si può andare, neppure per la passione più travolgente e, anche col senno di poi, credo di aver fatto la scelta più giusta per quelli che erano i tempi, e la mia vita di allora.
Nonostante il gruppo sia esploso comunque, una manciata di anni più tardi, nonostante i tradimenti, le cattiverie e la tristezza che sono venuti dopo. Nonostante tutto, credo ancora di aver fatto la scelta più giusta, anche se mi capita di chiedermi se ne sia valsa la pena, considerato che nessuno è stato mai altrettanto nobile e delicato con me. Nessuno.
Si diventa adulti anche così, anche scoprendo con amarezza che non esiste al mondo una persona di cui ci si possa fidare ciecamente, neppure se stessi.
L’amore e la passione andrebbero vissuti, sempre e fino in fondo, con la capacità di rischiare e di perdere la testa, ma non ad ogni costo: c’è un prezzo che non sono disposta a pagare, e non immolerò mai le mie amicizie sull’altare del malefico putto alato – nonostante non abbiano esitato ad immolare me – e non una volta sola – o a tradirmi nei modi peggiori, magari convincendosi perfino di non aver fatto nulla di male, se non addirittura il mio bene.
La mia personale visione del mondo mi obbliga, quantomeno in relazione a quanto ho di più caro, ovvero amici e famiglia, a non compromettere la mia integrità, e mi auguro di non diventare mai il Giuda della situazione.
In ogni caso, un uomo che mi mettesse in condizione di scegliere a quale parte di me rinunciare, non sarebbe sicuramente degno di godere dei miei favori.

…Ah, in effetti una storia di baci negli angoli bui o nascosti dietro le colonne dei locali ce l’ho, una volta o l’altra potrei raccontarvela!

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“Premi. Inutile partecipare, tanto si sa già chi vince”

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– LIEBSTER AWARD –
Ma è fantastico! Ho ricevuto ben due nomination per il Liebster award: gaudio tripudio, frizzi e lazzi!
Sono stat amolto brava ed ho fatto tutti i compiti, rispondo a tutte le domande poste da entrambi i nominanti!

Domande di Medea http://medea1976.wordpress.com :

1) Il più bel viaggio che avete fatto?
Tutte le volte che sono stata a Napoli. È una città che amo moltissimo, e ogni volta mi dedico a scoprirne e approfondirne un pezzo nuovo.

2) Cosa fareste se per un giorno vi dessero il potere di fare qualunque cosa e per di più con l’immunità?

3) Suonate uno strumento?
Purtroppo no. Amo moltissimo la musica, ma non ho mai suonato nulla, e perdipiù non ho orecchio e sono stonata. Che tragedia!

4) Dovete scegliere una sola canzone da ascoltare sempre. Quale scegliete?
Questa è una domanda davevro cattiva… Come si fa a sceglierne una sola?
Comunque, costretta irrimediabilmente, scelgo “Se ti tagliassero a pezzetti” del mio amatissimo Fabrizio de Andrè

5) Che tipo di automobilisti siete (se guidate ovviamente)?
Una tamarra senza perdono!!! 😀

6) Il vostro aforisma preferito?
“Meglio avere rimorsi che rimpianti.” – Oscar Wilde

7) Se doveste trasferirvi, quale città o paese scegliereste?
Mi trasferirei in un paese caldo e marittimo… Minimo in Sicilia, massimo in Polinesia o simili!

8) Quale lingua straniera che non conoscete, vi piacerebbe parlare?
Sono indecisa tra il francese e lo spsgnolo…

9) Un libro che ha segnato la svolta nella vostra vita?
La saga della Torre Nera di Stephen King.
Ha cambiato il mio modo di vedere le cose, e ho capito che non abbiamo il controllo su tutto, ma che alcune cose non dipendono esclusivamente da noi, e nonc ambieranno neppure se facciamo il diavolo a quattro.

10) Una domanda che vorreste vi fosse rivolta ed, ovviamente, la relativa risposta.
D. Quale comportamento non riesci proprio a perdonare?
R. Chi tradisce gli amici.

Domande di 21 http://ventuno21.wordpress.com
(non temere, caVissimo, entro venerdì posterò la seconda parte della storia di Red e la giovane Carrie! – la prima parte QUI)

1. Il film che ti ha tarato l’esistenza nell’adolescenza/infanzia o per l’età che volete.
Una scelta molto mainstream: “Dirty dancing”. Ha contribuito a rovinare per sempre la mia idea dell’amore, come ho spiegato diffusamente QUI, così adesso non so più accontentarmi di storie basate sul semplice “stiamo bene insieme”.

2. Il film “copertina di Linus”: quello che ti ha insegnato qualcosa della vita e sa rassicurarti, magari perché suscita bei ricordi.
A parte “Sex&thecity”, intendi? 😉
No, seriamente: un film cui sono particolarmente affezionata, e che riguardo sempre è “Pretty woman”. Probabilmente non mi ha insegnato cose fondamentali, ma è proprio la mia copertina di Linus.

3. Il film per cui avresti preso volentieri a sprangate il regista/sceneggiatore/chivipare, magari perché ha rovinato qualcosa cui tenevate, come un libro o… un film originale.
“Troy”, letteralmente uno scempio. Mi sono addirittura alzata in pieno nel cinema per lo sdegno!

4. Il film che rispecchia il tuo modo di essere.
A parte “Sex&thecity”, intendi? 😉 (ok, ok, la smetto!)
Onestamente, questa è difficile! Uhm uhm… mi viene da dire “Big fish”, perché amo fantasticare.

5. Il film che trovi sopravvalutato e che sconsiglieresti – o che mi consiglieresti per farmi vedere un malefico polpettone.
“Il paziente inglese”: ho desiderato ardentemente che morisse, risparmiandoci il resto, già dieci minuti dopo l’inizio del film!
6. Una canzone che ti rappresenta
“Just like heaven” dei The Cure

7. Il personaggio di film/libro che vorresti interpretare/essere.
Molte persone mi hanno detto che somiglio a Midori, una delle protagoniste di “Tokyo blues – Norwegian wood”, ed in effetti anche io mi sono identificata molto in lei.
Chi però vorrei essere, da sempre, è la protagonista di uno dei romanzi d’avventura o fantasy che adoro da quando ero bambina: una versione femminile di Atreyu, una versione bellicosa di Arwen o della Perla di Labuan, Queen Esmeralda di Harlock…

8. Cosa stai leggendo in questo periodo?
Ho appena terminato “Il corpo non dimentica” di Violetta Bellocchio, un romanzo autobiografico sulla dipendenza da alcool e la rinascita dell’autrice: onesto, vero, intenso, scritto benissimo. Non si riesce a staccarsene finché non è finito.

9. Il luogo dove vorresti vivere.
Come risposto prima:
Mi trasferirei in un paese caldo e marittimo… Minimo in Sicilia, massimo in Polinesia o simili!

10. La leggenda metropolitana/leggenda semplice/storiella che infesta la zona dove vivi.
La leggenda vuole che in piazza Statuto vi sia la porta dell’Inferno!

E adesso, le mie nomination!
http://natalaltroieri.wordpress.com
http://siamosolostorie.wordpress.com
http://szandri.wordpress.com/?wref=bif
http://antheathecharis.wordpress.com/?wref=bif
http://michelecogni.wordpress.com
http://diversamenteintelligente.wordpress.com/?wref=bif
http://chionzy.wordpress.com
http://giacani.wordpress.com
http://paneamorephantasia.wordpress.com
http://pinocchiononcepiu.com/?wref=bif

E le domande a cui dovranno rispondere i nominati:
1) Avete mai tradito? Non solo il compagno/a di vita, ma anche un amico, voi stessi, la squadra del cuore…
2) Qual è la canzone che canticchiate più frequentemente sotto la doccia, al momento?
3) Se poteste fare il lavoro dei vostri sogni, ma proprio i sogni più grandi, cosa vorreste fare?
4) Chi gettereste dalla famosa rupe?
5) Da chi correreste se bruciasse la città?
6) Avete o avete avuto animali domestici?
7) Scegliete l’unico libro da portare con voi sulla famosa isola deserta!
8) Scegliete un libro che avete detestato particolarmente, e diteci il perché.
9) In che tipo di abitazione vi piacerebbe vivere?
10) La vita è sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?

Enjoy!

“Primavera non bussa, lei entra sicura.”

Primavera: si risveglia la natura e si risvegliano i sensi e, per quanto possa piacere a qualcuno essere originale e sentirsi fuori dal coro, per i più svariati motivi, e negarne gli effetti, la biologia, esattamente come la matematica, non è un’opinione.
Non che i miei si fossero sopiti, la verità, diciamo che per il momento erano (sono?) unidirezionati, ovviamente verso mr. Wrong, con cui prosegue un vivace ed intenso scambio intellettuale ed emotivo, ma che ha tirato un po’ i remi in barca riguardo al vederci; nutro il timore che il richiamo della famiglia stia avendo la meglio e, nonostante io ci perda il sonno e l’appetito – agevolando così la prova costume -, non mi sento di fargliene una colpa: ho sempre saputo che avrebbe troppo da perdere, anche se non ho smesso ancora di sperarci del tutto.

Il problema è che, complice il bel tempo, i miei ormoni sono rientrati in massa da Vercelli, dove, ormai adulti, avevano trovato tutti lavoro presso una risaia, e stanno cominciando a distrarsi dall’oggetto del desiderio e a scalpitare.
Peccato che non sappiano minimamente dove dirigersi in alternativa:
– Teddy, tra i suoi pigiami di pile e le gaffes orrende da cui non riesce mai ad esimersi, mi è venuto così a noia che a malapena rispondo ai suoi sempre più radi messaggi.
– La Bestia, che, onestamente, vista la resa e l’intesa, è l’unico con cui mi sollazzerei sempre e comunque, lancia segnali troppo blandi per essere presi seriamente in considerazione, e non ho nessuna intenzione di partire io all’attacco, col rischio di sentirmi rispondere che stiamo bene così, e non si sente di rischiare nuovamente la nostra amicizia (inutile spiegargli che non si corre alcun rischio di questo genere, è così testardo quando si convince di qualcosa che nulla lo smuove).
– Il cestista, altro esemplare di maschio decisamente compatibile, è impegnato e convivente (situazione che, attualmente, sdoganato il ritorno al puttanesimo senza tema per le conseguenze e implicazioni morali, non sarebbe più di per sé un problema), ma vive in Toscana.
– Zakk Wylde non solo risiede negli States, ma soprattutto ormai, invecchiando, somiglia più ad un irsuto benzinaio dell’Alabama che al fascinoso rocker di cui, ragazzina, mi innamorai guardando il film “Rockstar”, all’epoca che fu.
Ecco, io vorrei entrare nella vita di uno qualsiasi dei maschi presenti nel sopracitato elenco (con una spiccata preferenza, va bene, lo ammetto) sicura come la primavera cantata da De Andrè, e travolgerla senza esitazioni, godendoci la reciproca compagnia fin quando fa male, fin quando ce n’è, ma ho il vago sospetto che proprio non sia possibile, al momento.

In buona sostanza, dopo attenta disamina e vaglio della situazione, all’orizzonte non si intravedono maschi piacenti, manco vivessi, come Georgie, sperduta nella ridente e sconfinata campagna australiana, dopo la dipartita dei suoi due non-fratelli (confesso: su Abel ho sempre fatto un pensierino, fin da bambina!) e si sta facendo sempre più strada il timore che, salvo inaspettate e travolgenti sorprese, dovrò superare le tempeste ormonali primaverili col solo ausilio delle mie più sfrenate fantasie su mr. Wrong, e non mi pare esattamente quella che potremmo chiamare una rosea prospettiva!

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di Carrie

“I soli veri piaceri sono quelli inaspettati.”

I sentimenti e le emozioni non sono quasi mai netti e ben definiti, quando nascono somigliano molto più ad una massa magmatica in continuo movimento, che non a rocce salde e immutabili. Spesso, poi sono proprio i diretti interessati a non rendersi conto di cosa stia realmente accadendo.
Non vi è mai capitato che fossero le persone attorno a voi ad aver capito, prima e meglio di voi stessi, cosa provavate?
A me è accaduto in modo eclatante almeno un paio di volte e, a sostegno della mia tesi, oggi ve ne racconterò una.

Un gruppo di amici. Non è difficile da immaginare, giusto?
Ecco, immaginiamoli:un gruppetto ben affiatato, poco meno di trent’anni, ragazzi e ragazze, rockettari e un po’ alternativi, come si diceva allora.
Il gruppo più stretto, fidanzati esclusi, si conosce da circa dieci anni: l’inizio dell’università.
Tutto è limpido tra loro: non ci sono storie segrete, attrazioni nascoste, rancori repressi, nulla di questo genere; “solo” amicizia, voglia di stare insieme, passioni ed interessi comuni. Anzi, Red e Carrie hanno addirittura visto aumentare la confidenza reciproca, quell’inverno.
Un gruppo di amici come tanti.

 È primavera, l’aria si fa tiepida, le serate sono miti, la collina di Torino è dolce-, il nostro gruppetto è a cena a casa di Red: si ride, si beve, si chiacchiera.
Red e Carrie parlano di una canzone, non riescono a ricordare titolo e autore, solo la melodia, Si spostano in camera da letto, così lui può suonarla al pianoforte: niente, somiglia a qualcosa degli Smiths, ma non sono loro – e beh, ti pare che potremmo non riconoscere gli Smiths?
Red continua a suonare, sopra al pianoforte c’è una bellissima foto di lui ed Hazel, che è rimasta con gli altri in cucina; nella foto si guardano, innamorati, mentre lui continua a suonare per Carrie, la sua amica, che conosce da dieci anni, che ama la musica ed è rapita dal piano.
Suona per un po’, finchè i richiami degli altri che si stanno preparando per uscire non li riportano alla realtà. Red si alza dal pianoforte, ma subio dopo lui e Carrie restano fermi, in piedi, al centro della stanza, parlottano ancora un po’ degli Smiths e del profumo di lei, che a lui piace sempre tanto.
All’improvviso si zittiscono, di botto: restano lì a fissarsi, imbambolati, come se non si fossero mai visti prima, lui fa un passo verso di lei, è tutto normale, ma all’improvviso sembra terribilmente strano, poi un altro piccolo impercettibile passo… Ed entra Inid, come un piccolo uragano: – Ragazzi, dai, vi sbrigate? Dobbiamo andare allo Spazio!
Red e Carrie si riscuotono ed escono insieme agli altri, ridono, chiacchierano…
In auto il visetto di Inid ha un’espressione strana, carrie la nota, ma non ci pensa più di tanto, così come non pensa affatto all’accaduto, ma solo a quanto le è sempre piaciuto sentir suonare un pianoforte.
La serata fila via come al solito: alla grande.

Una settimana dopo, venerdì sera:
Cosa si fa ragazzi? Dove andiamo?
– Al Wipe Out, Red vuole andare lì!
– Ma ha preso proprio una fissa! Va bene, ci troviamo lì!

Ritroviamo i nostri, più uniti che mai,, al Wipe Out, si balla, si beve, si scherza.
Red e Carrie chiacchierano, stanno ridendo, come milioni di altre volte (dieci anni non sono pochi) e, come milioni di altre volte, lei gli chiede di “farle il gatto”. È una loro affettuosità, un piccolo rito che si perpetua da anni: Red appoggia le mani e il viso alla spalla di Carrie e, facendole i “grattini”, imita il suono delle fusa, come se fosse un gatto, appunto.
Milioni di altre volte Red ha fatto il gatto, è una sciocchezza che conoscono tutti, non significa nulla di particolare eppure, quando Hazel li chiama perché si avvicinino al bar anche loro, si voltano entrambi di scatto, urlando quasi: – Cosa c’è?! Stavamo solo facendo il gatto!
Sembrano proprio due bambini sorpresi con le dita nella marmellata, ma loro – fino a quel momento – davvero non sapevano quel che stavo accadendo, non si erano neppure accorti di aver preso il barattolo della marmellata dallo scaffale, proprio perché, talvolta, le attrazioni nascono così inaspettatamente che impieghiamo settimane, persino mesi, a rendercene conto.
Red va al bancone, Carrie farfuglia di dover andare prima in bagno, non sa come nascondere l’imbarazzo per la consapevolezza che l’ha colpita all’improvviso, come un pugno.
La raggiunge Inid, che ha assistito a tutta la scena: – L’ho capito la scorsa settimana, quando sono entrata in camera di Red c’era un’atmosfera così strana…
– Io invece non avevo capito un bel niente, fino a trenta secondi fa,
risponde Carrie, attonita.
Esce dal bagno con Inid e raggiungono gli altri al bancone, è iniziato il giro dei chupitos, come in milioni di altre serate, ma proprio in quella serata, così apparentemente uguale a tante altre, tutto è cambiato.

 

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“L’amore consiste nell’essere cretini insieme.”

L’amore dovrebbe essere come il morbillo: ti ammali una volta, diventi immune per sempre, e ciao balle.
Invece no. Siccome il grande demone celeste sapeva benissimo che si sarebbe divertito molto di più se ci avesse creato fragili e imperfetti, ha deciso che uno dei tratti distintivi della natura umana sarebbe stata la predisposizione all’innamoramento e, nei casi più gravi, la coazione a ripetere.
Mi rendo conto che, in effetti, senza la faccenda degli amorosi sensi, più o meno corrisposti o felici, gran parte dell’arte e della letteratura non esisterebbero, ma noi, noi piccoli umani abitanti del globo, non vivremmo molto meglio?
Io si. E infatti sono anni che cerco di sfuggire al maledetto Cupido con ogni sorta di mezzo o mezzuccio a mia disposizione, riuscendoci anche discretamente bene, il più delle volte.
Certo, qualche volta il fetente mi ha teso trappole in cui sono caduta, ma sono sempre riuscita a fuggire prima che fosse troppo tardi, prima di passare dall’infatuazione e dal generico desiderio di trovare un partner “giusto” per me, all’innamoramento vero e proprio.
Credevo di avergliela fatta per sempre, al putto con le ali, credevo che, come Lupin e l’ispettore Zenigata, avremmo giocato per sempre a rincorrerci senza che lui riuscisse mai a prendermi davvero, senza che all’ultimo minuto io riuscissi a trovare una rocambolesca via di fuga.

Non è che abbia paura di buttarmi, tutt’altro: io devo buttarmi. Devo capire se finalmente riuscirò a volare come desidero io, o se sarà invece solo l’ennesimo schianto al suolo. Piuttosto che non sapere come sarebbe andata, preferisco provarci, godermi tutta la caduta, e spiaccicarmi a terra: il più delle volte, in realtà, è proprio così che sono riuscita a sfuggire ad Eros, e l’ho fatto talmente tante volte da diventare una vera campionessa di parkour dei sentimenti.
Non temo neppure il dolore che, inevitabilmente, può derivare dalla fine di un amore vero, figurarsi quello dovuto semplicemente ad una storia in cui credevi o ad uno stiamo molto bene insieme (non cito neppure scopiamo alla grande, perché questa è un’altra cosa).
La più grande verità che ho imparato sull’amore, è che non si muore. Non davvero, non in senso fisico e reale. Non sono morta quando ho perduto il mio grande amore, quello che avrebbe dovuto immunizzarmi, quello per cui ho pianto per un anno tutte le notti, quello che ancora è pietra di paragone per tutto il resto, quindi non sarà per questo terrificante sentimento che morirò.
Il motivo per cui, arrivati ad un certo punto, scappo è molto diverso: non è per paura, no, io sono un guerriero incosciente, e non temo nulla tranne il fato.
Io fuggo quando capisco che l’altra persona non mi dà quel che sto cercando, che non è un uomo perfetto, no, cosa me ne farei? Io ho bisogno di incontrare un uomo che per la giusta combinazione di caratteristiche, è in grado di provocare in me quello sconquassamento emotivo, intellettivo e psichico che solo i grandi amori possono dare.
Dev’essere questa la base di partenza, anche perché per me non ha senso dividere la propria vita con qualcuno che per te non è il meglio e l’unica persona che vuoi avere accanto, qualcuno che è solo una persona con cui stai molto bene.
Non è vero, non è onesto, non è amore. Quando accade, sono anche felice per un po’ di tempo, ma in breve inizio a scalpitare e a chiedermi se è giusto stare con qualcuno mentre so che non è la persona con cui voglio dividere il resto della mia vita, e finisco con lo scappare (talvolta, preventivamente, mi ritrovo in storie ai confini della realtà, in modo che – almeno qualche volta – non sia colpa mia se è andata a finire male).

Il vero guaio, come si diceva all’inizio, è che l’amore non è il morbillo, e quando meno te lo aspetti può capitare di incontrare qualcuno che, per svariati idem e qualche tosto dissenso, ti colpisce, e ti scuote dal profondo, e ti fa pensare che, forse, non è andato tutto perduto con quel ragazzo (era un ragazzo, allora) che hai dovuto perdere otto anni fa.

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di Carrie

“È il grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti.”

Cit Turin (dal piemontese: piccola Torino) è un delizioso quartiere storico, adiacente al centro vero e proprio della città, e caratterizzato da bellissimi palazzi d’epoca in stile Liberty, Déco e Neogotico. In uno di questi, risalente al 1890, mi pregio di abitare da ormai un anno e mezzo: è un condominio grande, diviso in tre scale, che attorniano la corte interna. La tipologia di inquilini è variegata, essendo composta da giovani universitari, giovani coppie, giovani single, famiglie, coppie di anziani e anziane signore sole.
La mia dirimpettaia, in particolare, è un fulgido esempio di come si possa invecchiare bene, trattandosi di un’arzilla vecchietta ultraottantenne, che mi dice sempre che faccio bene ad uscire e a divertirmi il più possibile finché sono giovane, che tiene sotto controllo costante tutta l’area condominiale, coadiuvata dalla signora del piano di sopra, un po’ più giovane, ma dotata dello stesso stile.

Il mio post precedente dovrebbe aver svelato che condivido con buona parte delle mie amicizie la passione per la musica rock e metal, con quel che ne consegue a livello di aspetto esteriore, in sintesi: ho molti amici dalle lunghe e folte chiome e dal look vagamente aggressivo.
Dopo soli quattro mesi dal mio trasferimento si è verificato il primo episodio di blando interessamento, da parte del vicinato anziano, alla mia vita privata: un amico era passato a prendermi e stava aspettando sotto al portone che scendessi; mentre stavo chiudendo la porta di casa spunta dalle scale la signora del piano di sopra: “Buonasera signorina, c’è un suo amico che l’aspetta sotto”. Io la guardo perplessa e, incuriosita, chiedo: “Ma come fa a sapere che si tratta proprio di un mio amico?” Lei, serafica e sorridente, forte della sua logica inoppugnabile: “Eh, è un ragazzo alto coi capelli lunghi…”

Giunge l’estate e, in un assolato pomeriggio di luglio, rientro a casa dal lavoro e incontro sul pianerottolo la mia dirimpettaia con la figlia, una signora sui sessant’anni, che ancora non conoscevo.
La vicina mi presenta come la nuova condomina e sua figlia, sorridendo, mi dice: “Ah! Ma quindi è lei la signorina che frequenta solo capelloni giganteschi!” – Sì, ha detto proprio “giganteschi”, e a questo punto mi pare utile specificare che i tre maggiori frequentatori di casa mia effettivamente sono sul metro e novanta, e che trattasi di tre miei amici. Amici e basta (va bene, la Bestia è un ex ma, da ormai due anni, siamo solo amici).

Neanche venti giorni dopo, scene da un condominio, ennesima puntata: è mattina e sto stendendo il bucato prima di andare al lavoro. Spunta anche l’anziana dirimpettaia: “Buongiorno signorina, vedo che stende solo cose da donna.” Io rispondo, educatamente: “Per forza signora, qui abito solo io”, lei serafica: “Eh, ancora non ha deciso quale capellone prendere come inquilino fisso?!”
Appena mi sono riavuta dall’esser rimasta di sale, ho informato la signora che i capelloni che bazzicano casa mia sono miei buoni amici, e basta, ma lei mi ha guardata ridacchiando, come a dire “sei furba tu!” ed è rientrata in casa dicendo: “Peccato, un bel ragazzone grande ci vorrebbe proprio nella scala, CHE NON SI SA MAI”!!!

Questa mattina esco di casa per venire al lavoro e, sul pianerottolo, incontro una combo decisamente letale: la solita anziana dirimpettaia (che non vedevo da un po’) insieme alla signora del secondo piano; mi guardano e già tremo.
Prende il via l’ennesima conversazione surreale:
Anziana dirimpettaia: “Buongiorno signorina, allora ha finalmente scelto un fidanzato definitivo!” (si, è un’affermazione la sua)
Vicina: “Ah, guardi, tra tutti quelli che ho visto finora (ammiccamento nella mia direzione), questo è sicuramente quello più particolare, ma non mi pare male come giovanotto.”
Sorridono, sinceramente felici per me, che ho smesso di saltare di fiore in fiore per accasarmi definitivamente.
Non so se non mi sono sentita di frantumare la loro gioia mattutina o se ero troppo basita per reagire, ma ho biascicato uno “scappo al lavoro, buona giornata” e sono andata via.
Adesso è dalle 8,40 che mi chiedo: ma a chi diavolo si riferivano questa volta?! Chi sarà mai il mio fidanzato ufficiale secondo il condominio?!

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“Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell’individualità insostituibile di ciascun uomo.”

L’essere soli è ancora visto come una grave sventura, e sempre più spesso mi capita che le più svariate persone (fermi tutti: mia madre ci ha rinunciato quando ho lasciato il mio ultimo fidanzato “serio” – nel senso: l’ultimo fidanzato che hanno conosciuto anche i miei genitori – ormai quattro anni fa), dicevo: capita che le più svariate persone tirino fuori dal cilindro una spiegazione non richiesta del perché io non sia al momento accasata. Per fortuna hanno quantomeno smesso di presentarmi soggetti improponibili.
La più gettonata è la sempre verde affermazione “Non è che dovresti cambiare genere? Finché continuerai a frequentare rockettari, metallari, -ari in genere… Perché non provi con un impiegatuccio qualunque? Magari invece è la persona giusta!”
Ora, innanzitutto “i metallari”, se proprio dobbiamo applicare una definizione socio culturale, oltre ad ascoltare un determinato genere di musica, rientrano nelle più svariate categorie professionali, visto che, essendo persone normali, hanno un lavoro, o lo cercano, come tutti.
In secondo luogo, le persone non sono quello che fanno: non sono il loro lavoro, non sono le loro passioni, non sono le loro frequentazioni, la loro religione, la loro idea politica.
Le persone sono persone, belle o brutte, stupide o intelligenti, e così via.
Questo continuo etichettare le persone sulla base di una loro qualunque caratteristica predominante, che sia una passione o il lavoro o il ceto sociale, è irritante e riduttiva: in quale definizione dovrei quindi ingabbiarmi io? La metallara, l’impiegata, la dottoressa, la stronza, quale?
Il fatto che io abbia una passione smisurata per la musica, e ascolti e segua generi anche diversissimi tra loro, non conta nulla a quanto pare: il tratto dominante è quello metallaro e quindi mal me ne incolga: sono condannata alla delusione eterna.

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Oltre a questi dubbi profondamente esistenziali nonché sociologici, quel che mi lascia interdetta è questa equazione metallaro = uomo sbagliato. A parte che ho amici, metallari o rockettari che dir si voglia, che stanno insieme da una vita, o che addirittura si sono sposati e riprodotti, questa affermazione altro non è che un pregiudizio travestito da buon consiglio (non richiesto, ovviamente), anche perché sono uscita e sono stata financo fidanzata con uomini molto diversi tra loro, anche nei gusti musicali, oltre che nello stile di vita.
Per carità, la mia famiglia di amici e la maggior parte delle mie frequentazioni proviene da quel mondo (ma poi perché devo chiamarlo “mondo”, come se fosse un pianeta diverso, di brutti, sporchi, cattivi e satanisti. Non dimentichiamo che satanisti è ancora il primo pregiudizio che deve subire chi ascolta un certo genere di musica – comunque, era per farvi capire!), ma questo accade a tutti: tendiamo a legare maggiormente con chi ha passioni simili alle nostre, con le persone con cui condividiamo determinate attività, che sia andare ai concerti o infornare torte.
Io non intendo cambiare giro, amici o interessi solo per trovare un uomo, anche perché il motivo per cui non sono fidanzata non è che voglio per forza un fidanzato metallaro anche se con i metallari – secondo il popolo – non può funzionare, il motivo principale è che io sono difficile e la maggior parte delle persone si lascia mangiare viva dalle paranoie.

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“Se il mondo è pieno di prepotenti, la colpa è di chi non lo è.”

“Fatece largo che passamo noi!” – ma come noi chi? Noi noi, i bulli; o meglio: il bullo che si annida dentro ognuno, anche nella persona più dolce ed equilibrata che esista (che, detto per inciso, NON sono io.)
Proprio in questi giorni in cui il tema del bullismo, dopo il pestaggio da parte della ormai temutissima bionda di Bollate, è tornato tristemente di moda, ci sono caduta anche io.
Ebbene si: sono una persona orribile e il karma mi punirà per questo, ma, onestamente, è stato divertente. Ho provato un sottile piacere nel ferire, per quanto superficialmente, questa persona, soprattutto perché avevo un pubblico, e poi ne avremmo riso insieme.

Venerdì sera, locale notturno strapieno, siccome tra gli altri suona il gruppo di un caro amico, siamo in molti lì per il concerto, e ci conosciamo un po’ tutti. Il mio gruppetto si amalgama bene anche con chi è solitamente più esterno al nostro giro abituale di uscite, e fioccano frizzi lazzi, risate, ricchi premi e cotillon.
Ad un bel momento, dalla nostra posizione rialzata rispetto al resto della sala avvisto lei: la Bidella, che come ogni volta sta seguendo come un setter il mio ex e, come ogni volta, lo sta fissando con sguardo adorante.


A questo punto, però, mi vedo costretta a fornirvi quantomeno una sommaria descrizione della sunnominata, anche a parziale spiegazione del mio infimo comportamento.
La Bidella è tale perché ricorda, giustappunto, l’operatrice scolastica rubiconda che tutti hanno incontrato alle medie, solo che lei non ha realmente i sessant’anni che dimostra nell’aspetto e nel look. In più, ha scoperto il rock ‘n’ roll e la vita notturna solo da un paio di anni in qua, quando ha conosciuto la Bestia (ovvero il mio ultimo ex ufficiale) e gli si è accollata come una cozza – lui ha un po’ l’hobby di raccattare casi umani, purtroppo.
Questo insieme di cose (l’amore per la Bestia e la scoperta della musica) l’ha resa lievemente compulsiva e lievemente ossessiva, ed ha iniziato a seguirci nel nostro peregrinare tra locali e concerti, anche quando si andava a vedere gente che lei non aveva manco sentito nominare.
Fin qui, a parte chi ci chiedeva se fosse la madre di qualcuno, nessun problema a trovarsela intorno, finché, sventura volle che venisse invitata, da un mio amico scemo, ad una festa ad alto tasso alcolico, sfociata, come spesso accade, in un “momento galline” della peggior specie. In quel frangente si parlava ovviamente di sesso (che “momento galline” sarebbe, altrimenti?), con una particolare digressione sulle persone con cui ognuna avesse avuto una maggiore intesa, digressione che ha permesso alla Bidella di scoprire che:
– io e la Bestia abbiamo avuto una storia durata un anno,
– il perché la Bestia è soprannominato la Bestia,
– il non trascurabile dettaglio che io ne rimpiangessi le performances (ogni tanto mi capita anche adesso, la verità)
– il motivo per cui lui è affettuoso solo con me e mi apre la portiera della macchina.
Questo insieme di informazioni ha sconvolto la povera Bidella, che – oltre a confessare il suo desiderio per la Bestia, accompagnando il tutto con oscuri suoni gutturali – ha deciso secondo un ineccepibile sillogismo aristotelico che il solo motivo che teneva la Bestia lontana da lei, ero io. Che culo, eh?
La persecuzione ai miei danni è iniziata in quel momento, all’incirca un annetto fa, ma essendo lei tragicamente buonista ha iniziato la sua guerra psicologica con i suoi mezzi: perseguitandomi ovunque e cogliendo ogni minima occasione di dialogo per rifilarmi infiniti pistolotti morali sulla necessità di abbandonare il passato per dirigersi verso nuovi lidi (inutile dirle che in quel periodo uscivo con Calimero – che ancora non aveva rivelato la sua natura pulcina) e augurarmi di trovare presto un nuovo amore che mi avrebbe resa felice (portandomi una sfiga infinita che temo perduri ancora oggi).
Una sera mi ha tenuta fuori al freddo, frapponendosi tra me e la portiera della macchina, per talmente tanto tempo che il giorno dopo mi è venuta la bronchite.

Credevo di essermene liberata ormai da un po’, e invece venerdì rispunta, ovviamente appiccicata alla Bestia, in occasione di un live.
Quando l’ho avvistata, ho subito chiamato Rita (il cinico soggetto che avete conosciuto qui), per farle vedere questa persona di cui le avevo molto parlato, e mentre tutti confermavano che si, somiglia proprio ad una bidella rubiconda, ho annunciato: “vado a fare la stronza!”, precipitandomi verso di loro e saltando al collo della Bestia.
Lui mi ha circondato la vita con un braccio e, mentre parlavamo del concerto, è intervenuto il suo amico asserendo che scopriva in quel momento che anche la Bestia sapeva essere affettuoso. Ora, potevo forse lasciarmi sfuggire un’occasione servita così su di un piatto d’argento? No.
Mi sono comportata come la peggio mean girl dei peggio film adolescenziali ammerigani e tra un paio di bacetti e un paio di carezze ho spiegato che lui in realtà con me è sempre stato ed è sempre affettuoso, perché mi vuole bene (Conversazione: – Bestia, mi vuoi bene? – Ma certo che ti voglio bene! – visto? Mi vuole bene!) e che abbiamo anche una foto in cui ci baciamo! “Ma come non ci credi? Ecco qua, guarda!” con pronta esibizione della foto medesima. La Bidella a quel punto era verde, mentre il mio pubblico in galleria se la rideva tra un “che troia!” e l’altro.
Insomma, un’idiota che manco i cani, sembravamo la cheerleader scema avvinghiata al quarterback tronfio della peggior iconografia da film per teenager, ma in realtà ero solo un grosso alano che, davanti ad un piccolo pechinese stortignaccolo, piscia sul suo muretto preferito.
– intanto lui però mi accarezzava la schiena, forse dovrei considerare l’idea di tornare sul punto… –
Ero soddisfatta della mia piccola, meschina vittoria? Si, confesso di si.
È stato divertente? Sì, non posso negare che lo sia stato.
Ne vado fiera? No, ma neppure me ne pento.
Per una lunga serie di ragioni, le persone che si attaccano alle altre modello sanguisuga, mi terrorizzano a morte, e sono disposta ad usare tutti i mezzi (e i mezzucci) necessari a tenerle lontane da me e dalla mia vita.
Ma non è solo questo: è che c’è un piccolo piacere perverso a lasciar emergere la nostra parte cattiva, ogni tanto e, per quanto possa sembrare orribile, ed essere ingiusto, è dannatamente liberatorio.

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“Coloro che leggono molti libri vivono in un sogno, e il veleno sottile che penetra nei loro cervelli li rende insensibili al mondo reale.”

Una passione smodata per la lettura è una delle peggiori sventure che possano capitarvi in dote fin da bambini: è giusto che la gente lo sappia e la smetta di incoraggiare i propri figli ad aprire la propria mente e a stimolare fantasia e capacità cognitive leggendo.
Certo, poi ci sono i casi davvero disgraziati, ci sono quelli come me, che con questa “malattia” ci sono proprio nati e non sanno farne a meno, tanto che quando soffro o sono preoccupata per qualcosa non divento inappetente (nei casi più gravi, anche: una combinazione letale!), ma smetto di leggere. Non ci riesco, mi si chiude l’emisfero sinistro – probabilmente perché il destro dà di matto.
I miei genitori erano così felici di questa mia inclinazione, che l’hanno coltivata e nutrita, ricoprendomi di libri, fiabe sonore, giornalini, fumetti, romanzi fin dalla più tenera età, aggiungendovi poi i film perché anche quelli, vogliamo mica dimenticarceli? Erano così fieri di avere una figlia che non faceva i capricci per ottenere giocattoli e merendine, ma che a otto anni ha rivoltato tutta la Standa finchè non le hanno comperato la versione integrale di “Piccole donne”… – Maledetti, pagheranno anche questa!

Suppongo che ancora non vi siate accorti del pericolo che cela il crescere leggendo, ma non temete, vado subito a disvelare l’arcano.
Troppi libri, troppi film, troppa musica, in generale troppe storie, hanno distorto irrimediabilmente la mia capacità critica e minato per sempre la capacità di tenere i famosi “piedi per terra”, con conseguenze tragiche per la mia psiche.
Il fatto è questo: una mente così iperstimolata diventerà inevitabilmente una mente fantasiosa, e tu inizierai a fantasticare su ogni cosa, creando mondi meravigliosi, certo, ma dando anche forma al nemico numero uno dell’uomo e della donna moderni: LE ASPETTATIVE.
Avere delle aspettative, negli anni ’10 (e fin dagli anni doppio zero, aggiungo) è deleterio, perché sono così raramente realizzabili, e costano un tale sforzo personale, che è meglio averne poche alle volta, piccole e ben distribuite, per non rischiare di incappare nella frustrazione e nella rabbia che le aspettative deluse sempre portano con sé, e non essere costretti a spendere una fortuna in termini di tempo e danaro, per una terapia psicologica finalizzata ad imparare a gestire i fallimenti personali e il crollo dei sogni.

Il dramma è che tenere a bada una mente così ricca di storie aneddoti e spunti è un’impresa titanica, e molto spesso impossibile.
Ma chi, almeno una volta nella vita, non ha sperato nel colpo di scena sensazionale, quello che ribalta completamente la situazione, rovesciando le sorti del protagonista con qualcosa di totalmente inaspettato, se non insperato?
Chi non si è trovato, dopo un appuntamento tanto atteso, ma poi andato male, a cercare di prolungare il più possibile la serata, dilatando persino il tempo normalmente impiegato per attraversare la strada ed aprire il portone di casa, invocando il classico finale di centinaia di romanzi e film d’amore, con l’altro che all’improvviso ti rincorre e finalmente ti bacia/dice che ti ha sempre amato/chiede di sposarlo, insomma, quel che più desideravate accadesse?
Ecco: io sono campionessa mondiale di uscite di scena rallentate (e non solo per quanto riguarda le situazioni sentimental/sessuali) e vivo, mio malgrado, in costante attesa del brivido del colpo di scena, di quell’impensabile che all’improvviso ti cambia la vita che sia trovare l’uomo dei sogni (si, va beh, non ci credo così tanto) o incontrare John Galliano e diventarne la musa.

Vi renderete conto da soli che, per quanto possa essere bello avere un variegato mondo interiore, nella vita questo conduce ad un duplice ordine di conseguenze- e spesso l’una non esclude l’altra.
Reazione numero 1: siccome hai fatto un tot di anni di analisi ti conosci bene, cerchi di tenere a tutti i costi i piedi per terra, facendo della razionalità la tua bandiera, cosa che ti impedisce di intuire anche i più eclatanti messaggi emotivi (leggi: ti rendi conto che uno ci sta provando solo quando sei contro un muro e le sue labbra sono pericolosamente vicine alle tue/Galliano ti invia un contratto di assunzione in qualità di “musa”, già ampiamente sottoscritto da lui).
Reazione numero 2: speri talmente tanto che una cosa accada il tal giorno in tal modo che poi, quando non succede, dai fuori di matto e passi una giornata (solo una perché sei andata un tot di anni in analisi!) a piangere ad intervalli regolari, disperandoti perché la tua vita è infame, ingrata, non va dove vorresti che vada, mai una gioia, terremoto e tragedia.

Ecco: è esattamente quanto mi è accaduto sabato scorso.
Pur applicando all’affairemr. Wrong la reazione numero 1 con ostinazione e pervicacia, ogni tanto scivolo nella numero 2, di conseguenza avevo ormai deciso che venerdì ci saremmo visti per bere questa ormai famosa birra (lo avevo deciso perché io ero libera da impegni, fondamentalmente); quando la cosa non si è verificata ho dato fuori di matto avuto una reazione inconsulta – complice anche una sindrome premestruale decisamente aggressiva – e mi sono disperata per quasi tutta la giornata di sabato, perché i mie piani vanno sempre a monte e i miei desideri, anche più piccoli, non si avverano mai.
– Lo so, me ne rendo conto anche io.
Oggi.

I rimedi per questo genere di cose, si sa, sono piuttosto classici, e quindi il risultato finale del film che mi ero fatta si può sintetizzare nel seguente modo:
– acquisto online di un fantastico tappeto in stile shabby per il mio bagno,
– cena fuori con amici, rigorosamente cinese perché in questi casi ci vogliono le schifezze
– sbronza colossale e dominio delle piste da ballo fino alle sei del mattino.
Considerato che la mia mente, allenata da letture continue e variegate fin dalla più tenera età, è in grado di partorire intere saghe televisive, direi che mi è andata bene, e che quelli devoluti alla mia analista sono stati soldi decisamente ben spesi.

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